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La legge e la spada.
La versione di Benincasa da Laterina e Ghino di Tacco

di Claudia Chellini

 

VOCE FUORI CAMPO
Giunto sulla spiaggia a cui approdano coloro che devono intraprendere il cammino di purificazione nel Purgatorio, Dante si trova in mezzo a una turba di anime, e tutte gli chiedono udienza, volendo raccontare la propria storia. E fra la moltitudine di volti, Dante vede Benincasa da Laterina:

Quiv’era l’Aretin che da le braccia
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte

 

BENINCASA
Di me, Messer Benincasa da Laterina, crudel morte si racconta …

GHINO (interrompendolo)
….crudele dite? E che dire allora di ciò che vid’io nella piazza del Campo di Siena quell’infausto giorno? Il sangue del mio sangue… Come volgari ladri in catene per la piazza e poi fustigati per le strade della città… e non fu tutto! Per un anno più non li rividi! Ero solo un giovinetto e la legge mi strappò gli affetti più cari. E lo fece per sempre quando, dopo torture e prigionia, furono pubblicamente uccisi.

BENINCASA
Furono condannanti per i loro crimini!

GHINO
Crimini? Ribellarsi alle vessazioni è forse un crimine?

BENINCASA (si altera)
Voi…! con vostro padre, vostro zio e vostro fratello… Voi,… eravate dediti al latrocinio nelle terre di Siena! Nessuno era più al sicuro, né contadini, né artigiani, né commercianti e nemmeno i signori; tutti eran presi da terrore per la “banda dei quattro” che si abbatteva inesorabile e rubava tutto quello che poteva… E poi, cruenta battaglia scatenaste al Castello di Torrita e feriste gravemente un nobiluomo… Crimini di tal fatta con la legge andavano puniti!

GHINO (sarcastico)
La legge!

BENINCASA
Sì la legge! Quella che fa che ogni uom franco viva e lavori in libertà.

GHINO
E voi, con la “vostra” legge uccideste chi cercava giustizia…

BENINCASA
Giustizia? Rubare il frutto del lavoro onesto e scatenar battaglie è forse “cercar giustizia”? La legge, e non la spada, assicura la giustizia, (ironicamente cerimonioso) Messer Ghino!
E la legge parlava chiaro: a’ rei confessi  di latrocinio e recidivi spettava la pena di morte. E io, qual giudice della Repubblica Senese, agii secondo legge.

GHINO
E faceste di me un orfano.

BENINCASA
Ma vivo: la stessa legge che mi portò alla sentenza di morte per i vostri complici, risparmiò voi, poiché eravate ancora un fanciullo.

GHINO(sarcastico)
AAHH! Mille grazie Messere! Dovrò anche esservi grato!??!
Vissi anni in solitudine e sempre avevo davanti agli occhi l’uccisione dei miei familiari… mentre voi vita sicura conducevate e accrescevate la vostra fama nella “vostra legge”. Il Papa persino vi chiamò!

BENINCASA
Viveste anni meditando vendetta, ora lo so.

GHINO
Il sangue nel sangue va lavato!

BENINCASA
Né rispetto per l’umane leggi né per le divine guidò la vostra mano… Appena foste abbastanza adulto, riprendeste “il mestiere” di vostro padre e, dopo molte rapine e scorrerie, arrivaste a occupare la fortezza di Radicofani e ne faceste la base della vostra “attività”. (ironico) E con ciò molta fama acquistaste…

GHINO
Prendevo solo a chi possedeva molto: i poveri e gli studenti niente avevano da temere nella mia terra! E anche ai ricchi permettevo di tenere di che vivere e li rifocillavo anche, prima di lasciarli andare, senza torcere loro un capello… Ero temuto sì, ma di liberalità avevo fama!

BENINCASA
E così riusciste a raccogliere un’armata di centinaia di uomini e, con loro, piombaste a Roma, mentre sedevo in tribunale intento al mio lavoro, e come un falco…

GHINO (interrompendolo)
Ve ne stavate nel lusso, con la vostra bella carriera … Giudice alla corte papale… Vi sarete sentito soddisfatto …

BENINCASA
… e come un falco che, avvistata la preda, si dirige in picchiata per ucciderlo, così vid’io arrivare voi, a capo della vostra armata … La vostra risata beffarda fu l’ultima cosa che udii, il vostro ghigno luciferino l’ultima cosa che vidi…

GHINO
E così il torto ai danni della mia famiglia fu ripagato! E la vostra testa, tagliata di netto dalla mia spada e infilzata sulla mia picca, per le strade di Roma portai in trionfo. E tornato a Radicofani, sulle mura del castello l’ho posta, quale monito di giustizia…

BENINCASA
Di vendetta vorrete dire! Ai vostri familiari fu assicurato un processo e furono giudicati secondo quanto stabilito dal diritto comune. A me toccò una morte senza appello!

GHINO
Una morte che vi ha assicurato l’immortalità! Chi vi avrebbe conosciuto mai, (sarcastico) pur grande giudice, se non aveste perso la vita per mano mia? La mia fama ha reso famoso anche voi: solo grazie a me siete ricordato nei versi del Poeta, (ironicamente cerimonioso) Messer l’Aretin!!!

BENINCASA
Dovrò esser grato io a voi, dunque? E per cosa? Sono ricordato nei versi del Poeta, dite? Voi lo siete. Il vostro nome è lì a imperitura memoria. Il mio non c’è: come voi stesso avete detto, sono solo “l’Aretin”… Fama certo anche io avrei voluto, come difensore della legge o pe’ miei studi di giureconsulto, non come vostra vittima…

GHINO (ride)
AAHH!!! Caro Messer Benincasa, vedete? La spada, e non la legge, porta la fama!

BENINCASA
La spada e la legge; voi e me; due opposte visioni di vita che si trovano fatalmente unite e fatalmente si richiamano nelle parole del Poeta e nella memoria dei posteri…

 

VOCE FUORI CAMPO
Un mito greco racconta che Dike, la giustizia, era colei che vigilava sulle iniquità indicandole a Zeus, il re degli dei, perché vi ponesse rimedio. Dike aveva due sorelle, che erano nate insieme a lei: Eunomìa, cioè il diritto, e Eirene, la pace.
Giustizia, diritto e pace furono i doni che le tre dee portarono nel mondo.
In origine, infatti, racconta il mito, Dike viveva sulla terra.

Nata non era ancora la funesta contesa
né il giudizio controverso né il disordine.
Semplice era il vivere.
Dike, di giustizia dispensatrice,
tutti i beni a migliaia procacciava[1].

Ma poi cominciarono a sorgere discordie fra gli uomini che non ascoltavano più le indicazioni di Dike. E allora la dea si ritirò fra i monti, in solitudine. E quando gli uomini cedettero alla violenza, al ladrocinio e alla guerra, Dike disgustata dalla brutalità e dalla prevaricazione che imperversavano, lasciò per sempre la terra e volò in cielo, prendendo dimora tra le stelle. E così, gli uomini rimasero soli e cercarono di ricordare gli insegnamenti della dea e di scriverli, ma molte delle sue parole furono dimenticate, altre interpretate in modi diversi e ancora oggi ci chiediamo quale sia la natura della luce che Dike, la Giustizia, riverbera su di noi.

 


 

[1] Arati, Phaenomena, Berolini, Weidmannos, 1893, vv. 96 e sgg.

 

 

© Claudia Chellini 2013