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Maleficent & Co.
Le dilaganti trasposizioni cinematografiche e televisive delle più famose storie fiabesche

LIBER, 105/2015, Idest Campi Bisenzio; pp. 52-54

«Lasciate che di nuovo vi narri una vecchia storia
e si vedrà quanto bene la conosciate.»
(Maleficent, Robert Stromberg, USA, 2014)

 

Negli ultimi cinque anni il numero di film a esplicito tema fiabesco è stato superiore a quello dei precedenti dieci. Non solo: se fino a cinque anni fa i film di animazione costituivano il canale privilegiato della narrazione cinematografica delle favole, ormai i film live action sono circa il triplo delle animazioni. E a questo si sono aggiunte serie tv di grande successo come C’era una volta e Grimm, in onda ormai da quattro stagioni, che hanno fatto delle fiabe oggetto di racconto e motore narrativo. Dopo un lungo periodo di confino durante il quale sono state considerate narrazioni quasi esclusivamente per bambini, le favole sono tornate ad abitare il più ampio mondo delle narrazioni per tutti. Adolescenti e adulti, avvolti dal buio della sala del cinema o seduti sul divano di casa propria, si lasciano affascinare dalle vicende dei più famosi personaggi fiabeschi: la dolce Biancaneve, che si rivela un’abile spadaccina o un valoroso comandante; i piccoli e indifesi Hansel e Gretel, che ormai adulti girano il mondo armati di fucili e bazuka a caccia di streghe; il furfantello Jack, che dismessi i panni del ladro diventa l’eroe che difende il mondo dai giganti cattivi; l’ingenua Cappuccetto rosso, figlia di un licantropo... Piacere del riconoscimento e piacere dell’inedito, dunque. Perché se è vero che i soggetti di film e serie tv sono le favole che la tradizione e Disney1 ci hanno tramandato, gli sviluppi narrativi sono per lo più originali e le prospettive inusitate.

«L'idea è quella di prendere questi personaggi che tutti conosciamo collettivamente e cercare di trovare cose su di loro non ancora esplorate.»2

Così Adam Horowitz, ideatore insieme a Edward Kitsis di C’era una volta, parla dell’operazione che sta alla base della fortunatissima serie tv che, con ben oltre dieci milioni di spettatori, è diventato il programma non sportivo più seguito negli Stati Uniti. Ecco, personaggi complessivamente conosciuti e narrazione di “cose non ancora esplorate”: la favola fornisce il canovaccio sulla base del quale si inventano molteplici, fantasiose trame che ci raccontano qualcosa di noi, donne e uomini del XXI secolo.

Quello che maggiormente colpisce è che si tratta per lo più di storie al femminile: femminili le protagoniste, femminili le antagoniste. Le fiabe sembrano essere oggi come ieri occasione per narrare questioni del femminile che difficilmente trovano parola in altro modo. Pensiamo a Biancaneve e alla Bella Addormentata, le più presenti sia sul grande che sul piccolo schermo. Entrambe narrano di una incontenibile aggressività da parte di una figura magica, potentissima, che possiamo ascrivere all’area del materno: Grimilde è una matrigna e Malefica è una fata madrina in negativo. Madri dunque e figlie, che si trovano ad affrontare la violenza insita nel loro legame, così difficile da indagare, in cui amore e aggressività, che nella vita reale si fondono, nelle fiabe sono impersonate da attanti diversi: una madre buona che quasi sempre all’inizio della storia muore e una matrigna o una strega che occupano tutto lo spazio narrativo. Sopravvivere alla cattiva significa allora per la fanciulla affrontare vittoriosamente la parte aggressiva del legame con la madre, mantenendo saldo l’amore.

Questo nelle fiabe classiche. In quelle che si raccontano al cinema e in tv le cose cambiano: il canovaccio, come dicevamo, è conosciuto ma nuove domande guidano la narrazione.


Cosa è successo alla mamma?
Maleficent è emblematico di questo cambiamento di prospettiva narrativa. Se la fiaba classica ci racconta come accade che Aurora si addormenti e come poi si risvegli, il film sembra rispondere a un’altra domanda: perché una fata maledice Aurora? chi è questa fata? e perché è cattiva? In ultima analisi: chi è questa figura materna persecutoria che la fanciulla si trova ad affrontare? Il cambiamento è radicale: da narrare la storia della giovane si passa a narrare la storia della madre.
La protagonista infatti è una bellissima fata dalle grandi ali che vive serena e in pace con le altre creature della Brughiera, un mondo magico nel quale vige un ideale stato di natura e che confina con il mondo degli umani, governato «da un re vanesio e avido»3 che vuole impadronirsi della magia della Brughiera. Malefica diventa amica di Stefano, un ragazzo umano, e i due finiscono per innamorarsi. Ma il desiderio di potere di Stefano è talmente forte che, pur non avendo cuore di uccidere la fata che intralcia la conquista del suo re, decide di tagliarle le ali, privandola così della sua capacità di movimento e della sua grande forza. L’atto di Stefano ripropone il tema cardine di tutto il film: la lotta fra due mondi caratterizzati con chiarezza fin dall’inizio come naturale, femminile e positivo quello di Malefica, artificiale, maschile e negativo quello di Stefano. In questa dicotomia l’atto di Stefano rimescola gli elementi, provocando una trasformazione anche nella Brughiera che diventa un regno oscuro permeato dalla dilagante rabbia di Malefica. Stefano ottiene infatti il trono del mondo degli umani, mentre la fata, disperata per la perdita della ali e il tradimento di chi ama, muta il suo aspetto nella terribile strega che conosciamo. Ecco come accade che Malefica diventi davvero malefica.

Se il film proseguisse nel modo che sappiamo, avremmo solo una fiaba classica corredata di antefatto.
Ma in gioco non c’è solo il destino della piccola Aurora, figlia di re Stefano, c’è anche e soprattutto quello dei due regni e se nella favola la figura materna con cui si confronta la fanciulla è cattiva e buono il padre, nel film la madre sarebbe buona, se non fosse per il tradimento del padre cattivo. Con questa inversione, la storia non può che essere diversa da quella che conosciamo: assistiamo infatti con una certa sorpresa ad un percorso di avvicinamento di Malefica alla bambina che ha maledetto, di cui si prende cura e che porta nella Brughiera, lasciandosi conquistare dalla fanciulla che si muove fra le creature magiche proprio come faceva lei da piccola. E scopre così qualcosa della maternità: il piacere della cura e la gioia dell’entusiasmo della giovane. Finché un giorno Aurora non viene a sapere la verità e, gridando «Sei tu il male del mondo», come in un tipico diverbio fra madre e figlia, se ne va dalla Brughiera decisa a non tornarci più. Ma il legame che si è creato fra le due è così forte che il dolce bacio sulla fronte di Malefica potrà ciò che non ha potuto il bacio sulle labbra del principe Filippo: svegliare la fanciulla dal suo sonno mortifero.

Una storia tutta nel nome della madre, dunque. Una storia che, come la fiaba alla quale si ispira, narra qualcosa del mistero del femminile. Venuta in contattoMaleficent
con il potente inestricabile intreccio al quale rimandano il fuso e il lino (usato tradizionalmente sia per vestire i bambini che per avvolgere i morti), la Bella addormentata cade in un sonno mortifero. Nelle più antiche versioni, la fanciulla non è affatto risvegliata dal bacio del principe che, pur addormentata, la tratta more uxorio. È il figlio che nasce da questa unione che la sveglia, succhiandole un dito mentre cerca il latte.
Incontrare il mistero del femminile ha fatto cadere la fanciulla come morta, vivere nel proprio corpo il mistero del femminile la riporta alla vita. Qualcosa di questa storia passa anche nella storia di Malefica: la fata, grazie all’esperienza di maternità che vive con Aurora, è come se si risvegliasse dall’incubo nel quale l’ha precipitata l’incommensurabile rabbia per il tradimento di Stefano. E questo risveglio provoca quello letterale e simbolico della fanciulla che a sua volta apre gli occhi sulla crudeltà del padre.

Indagare la storia della madre porta, in questo film, a tentare di raffigurare la complessità ricomponendo nello stesso personaggio la madre buona e la strega, che la fiaba tiene distinte operando senza dubbio una semplificazione di un vissuto profondo e misterioso. Ma cosa vediamo sullo schermo? L’aggressività, che la fiaba rappresenta nella strega, che appartiene al mondo femminile proprio come la madre buona, nel film diventa un comportamento indotto e si assiste ad uno spostamento sul maschile di tutto ciò che è connotato negativamente: inganno, violenza, tradimento, prepotenza. Il mondo femminile di questo film non prevede la presenza della strega come parte costitutiva: l’aggressività agita (di Malefica) è solo l’effetto di un’aggressività subita. Ma che dire dell’aggressività di Stefano? Il film lascia intendere che questa sia costitutiva.

 

Come farà Biancaneve?
Al cinema e in tv Biancaneve ha assunto ormai i tratti specifici dell’eroe che ristabilisce la giustizia nel regno. Si racconta infatti che Biancaneve è designata dal padre come legittima erede al trono, che la matrigna, dopo la prematura scomparsa del re, usurpa riducendo il regno alla fame, presa solo dal proprio piacere e dal desiderio di uccidere la ragazza. Questo incipit pone all’attenzione dello spettatore il fulcro della storia: Biancaneve non deve soltanto (!) sopravvivere alla condanna a morte della matrigna, Biancaneve ha il compito di restaurare la giusta legge. Ecco dunque la nuova domanda che guida queste storie: in che modo una fanciulla può sostenere un ruolo tradizionalmente riservato al personaggio maschile, affrontando una figura materna?

Riuscendo inizialmente a sfuggire alla matrigna, Biancaneve finisce immancabilmente nel bosco dove, invece di imparare le attività tradizionalmente ritenute femminili, impara a nascondersi, a cacciare, a rubare e a usare le armi: nel momento in cui un personaggio femminile è investito di un compito tradizionalmente maschile, allora, dicono queste storie, può anche percorrere strade tradizionalmente maschili. Una Robin Hood al femminile che ruba alla regina per dare al popolo affamato è ad esempio la Biancaneve della serie C’era una volta: armata di arco e frecce, vive nella Foresta incantata come fuorilegge, braccata da Regina, la matrigna, in attesa del momento opportuno in cui si riprenderà il trono. Dovrà passare attraverso una serie di avventure, fra le quali quella di morire avvelenata ed essere baciata dal suo principe, prima di poter legittimamente regnare. Il lieto fine però nella serie è rimandato ad libitum: un sortilegio rimescola le carte e si dà così possibilità di nuove imprese e nuovi incontri.

Biancaneve e il cacciatoreRiprendersi il trono è anche il compito che si assume la protagonista di Biancaneve e il cacciatore4 che, terrorizzata dalla Foresta Oscura nella quale è finita fuggendo l’emissario della matrigna che vuole ucciderla, incontra il cacciatore, anch’egli intenzionato a ucciderla. Ma qui la storia ha una virata inedita: il cacciatore infatti insegna alla fanciulla a difendersi e diventa il suo compagno di viaggio, così importante che sarà lui a svegliarla con il suo bacio, consentendole di combattere la sua guerra, sconfiggere la matrigna e salire al trono. Nell’ultima scena del film vediamo infatti Biancaneve finalmente incoronata e acclamata dal suo popolo, mentre il lungo intenso sguardo che si scambia con il cacciatore che la osserva dal fondo della sala lascia lo spettatore sospeso su una domanda: “È questo il lieto fine”?
Perché se è vero che la matrigna è morta e non può più far danno e che Biancaneve ha preso nelle sue mani le redini del regno che immaginiamo amministrerà con giustizia, è anche vero che questa neoregina non si sposa con il suo principe, anzi, la storia ci mostra che non è neanche sicura di averlo trovato: la guerra contro la regina cattiva non le ha permesso di fermarsi a considerare il fatto che è stata svegliata dal cacciatore. Quello che nella fiaba classica è unito in un intreccio indistricabile nel quale l’amore è causa e conseguenza della liberazione dalla matrigna, in questo film invece è separato. Biancaneve, sembra dire questa storia, o si occupa di riprendersi il regno, o si occupa d’amore. Dilemma che, riportato nella quotidiana vita reale, ben conoscono le donne del XXI secolo.

 

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1. Le versioni delle fiabe narrate nei film della Disney sono diventate ormai così diffuse da poter essere messe accanto a quelle dei Grimm o di Perrault. Per alcune fiabe, come ad esempio La Bella Addormentata o Cenerentola, ormai non si conosce che la versione disneyana.

2. http://spinoff.comicbookresources.com/2011/10/15/nycc-once-upon-a-time-pilot-screening-and-panel/, traduzione nostra.

3. Maleficent, Robert Stromberg, USA, 2014. Le citazioni sono tratte direttamente dal film.

4. Biancaneve e il cacciatore, Rupert Senders, USA, 2012.

 

© Claudia Chellini 2015