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Le fiabe nella formazione degli adulti


Sono quasi le 9 di mattina, sto sistemando sul tavolo le carte e il computer prima dell’inizio della mia lezione. Dieci giovani apprendisti, arrivati alla spicciolata, sono seduti in modo sparso in un’aula standard, con tavoli e sedie fissate al pavimento, e chiacchierano tra loro. Mentre mi muovo, sento i loro sguardi che ogni tanto si posano su di me, ma solo brevemente. Parlano tra loro e non parlano con me. Finalmente mi rivolgo io a loro: li guardo, sorrido, dico di nuovo complessivamente a tutti «buongiorno!» e mi presento. Spiego loro che quello che faremo insieme è un percorso, che ha lo scopo di sviluppare quelle che nel linguaggio della formazione si chiamano “abilità relazionali” e che nel linguaggio quotidiano identifichiamo come “ascoltare-parlare-leggere-scrivere” in situazioni che prevedono un rapporto con gli altri, una relazione appunto. I dieci giovani ascoltano un po’ incuriositi un po’ perplessi.

Il contesto in cui ci troviamo è quello di un percorso di formazione per apprendisti che comprende sei incontri dedicati alle abilità relazionali e altre parti di stampo più specificatamente professionale . Il gruppo di cui parliamo è formato da ragazze e ragazzi fra i venti e i venticinque anni, diplomati, ciascuno con una propria storia di studi, di altre esperienze di lavoro, di esperienze personali. Ci sono fra loro tre ragazzi stranieri. E ciascuno porta con sé il modo con cui ha appreso ad apprendere. Il metodo con cui tratto normalmente i temi relativi alla comunicazione interpersonale prevede il coinvolgimento dei partecipanti: faccio loro domande per far emergere ciò che sanno e favorire una riorganizzazione delle loro conoscenze e un ulteriore sviluppo del pensiero, propongo dei giochi, delle esercitazioni, perché possano fare esperienza di fenomeni che accadono nell’ambito delle relazioni e che li aiutino, anche grazie alla riflessione nel gruppo, a trovare loro stessi dei significati, a portare a evidenza alcuni meccanismi che si verificano nelle relazioni umane.

Questo gruppo, durante la prima lezione, è restio a intervenire, a partecipare, a mettersi in gioco, non diversamente da ciò che avviene di solito; quando chiedo loro qualcosa, abbassano la testa e, se rispondono, lo fanno a voce bassa; di fronte alle esercitazioni da una parte non dicono «Non voglio partecipare», dall’altra tendono a tirarsi indietro riducendo al minimo il loro impegno, se si tratta di un gioco, riducendo al minimo il tempo del gioco.
Verso la fine della lezione, mi siedo, aspetto un istante, e dico: «Adesso facciamo qualcosa di molto particolare: vi leggerò una fiaba. Si tratta di un’antica fiaba che si intitola La fontana che brilla, l'albero che canta e l'augellin belverde e che troviamo scritta per la prima volta in un’opera veneta
della metà del 1500 e che è raccontata anche in Campania, in Toscana, in Sicilia, in Lombardia … fino a oggi». Il silenzio si fa denso, comincio:

«
In questo stato c’era il coprifuoco
e nessuno poteva uscir la sera,
quando scoccava quella certa ora
nessuno più doveva uscire fuori.
Non aveva il buon re babbo né mamma,
solo viveva con due zie crudeli,
e lì vicino al palazzo reale,
ci stava una famiglia con tre figlie,
tre floride bellissime sorelle …»


La storia di snoda attraverso una serie di eventi  che vedono coinvolte le sorelle, il re che sposa la più piccola delle 3 sorelle, le “zie musone” che non vorrebbero questo matrimonio e che, essendo il re lontano al momento del parto della moglie, sostituiscono i 3 figli con 3 animali. La madre dei bambini finisce imprigionata nella «parte più buia della cantina» mentre i bambini vengono abbandonati. Un mugnaio e la moglie li trovano e li allevano e i 3 bambini
(2 maschi e 1 femmina), ormai diventati 3 bellissimi giovani, devono affrontare lunghi viaggi e prove pericolosissime per trovare tre oggetti magici (l’acqua che brilla, l’albero che canta e l’uccellin belverde, appunto). Grazie a questi oggetti magici ritrovano il padre, fanno liberare la madre e punire le zie.
Al termine della lettura, siamo tutti letteralmente affabulati! Dopo un tempo in cui ritorniamo al “qui e ora”, chiedo ai ragazzi di scrivere una parte della
fiaba, quella che vogliono.
«Quella che ci ha colpito di più?» chiedono, «Quella che ci è piaciuta di più?»
«Quella che volete», rispondo, volutamente generica.
Il risultato è una serie di fogli che io prendo con la promessa di riportare loro, la volta successiva, una nuova versione della fiaba: quella raccontata dal
gruppo stesso.
Subito prima che tutti si alzino per uscire dall’aula, una ragazza, che per tutto il tempo mi era sembrata del tutto disinteressata, fa sentire la propria voce: «Mi ridici il titolo di questa fiaba, perché mi è piaciuta troppo!». Scopro successivamente che il suo scritto è quello nel quale la struttura narrativa della fiaba è colta nella sua interezza. Leggendo gli scritti di tutti, vedo che qualcuno ha scelto di raccontare tutta la fiaba, qualcuno solo una certa parte. La storia che ne risulta, dopo un attento lavoro di composizione, comprende le voci di tutti i partecipanti, e nell’insieme la fiaba è completa,
con alcune varianti proprie di questo gruppo di narratori.
Quando durante le seconda lezione, che ha avuto i caratteri della prima, leggo al gruppo la loro versione della fiaba, avverto un certo
smarrimento nei
ragazzi, come se, nel momento in cui riconoscono la propria voce all’interno della narrazione, vedessero però anche un quadro complessivo inaspettato.
Da allora hanno cominciato lentamente a emergere le voci di ciascuno anche nel lavoro in classe sulla comunicazione: i ragazzi stessi hanno cominciato a fare
domande di approfondimento sui singoli argomenti, a portare le proprie esperienze al gruppo e a discuterne insieme, hanno chiesto di cimentarsi di nuovo in giochi già fatti.
Abbiamo continuato a leggere e rinarrare le fiabe, ogni volta con delle sorprese che hanno meravigliato sia me che il gruppo.

Questo modo di lavorare con le fiabe utilizza il “metodo della versione collettiva” nato per la scuola dell’obbligo, con importanti risultati non solo di sviluppo della capacità espressiva ma anche di inclusione nel gruppo-classe di tutti i bambini, compresi quelli con difficoltà di vario genere. Si sa che le fiabe si raccontano ai bambini e si sa che i bambini si mettono in gioco facilmente. In realtà, le fiabe si raccontano da secoli a tutti, basti pensare alle sere di veglia in campagna quando le famiglie si riunivano nell’aia, o al fatto che alla corte di Re sole si raccontavano le fiabe di Perrault e che le Mille e una notte fu un vero e proprio best seller dell’epoca. Ecco, le fiabe si raccontano da secoli e da secoli si ascoltano con un piacere che è del tutto particolare e specifico, sentendo risuonare qualcosa che spinge a raccontare ancora e ancora. Per i bambini come per gli adulti.
Ma in questa sede stiamo trattando di un percorso che punta allo sviluppo professionale: che ruolo possono avere le fiabe e la versione collettiva in tale contesto?
Sicuramente favoriscono la cosiddetta “costituzione del gruppo”: un insieme di individui sconosciuti, che spesso percepiscono di non avere niente da dirsi, che in aula stanno dislocati fisicamente lontano l’uno dall’altro, diventano lentamente un gruppo, nel quale è possibile scambiarsi esperienze relative all’ambito professionale e riflettere insieme, nel quale è possibile esprimere un proprio punto di vista, che si colloca accanto a quello degli altri. Ed è proprio questa la questione più delicata che un formatore si trova ad affrontare. In generale gli adulti possono trovarsi in un percorso di formazione professionale perché lo hanno scelto o perché devono (cioè perché i loro capi ce li hanno mandati o perché, come nel caso di cui ci stiamo occupando, lo impone la legge – e questa situazione implica la necessità di lavorare perché la formazione acquisti un senso per ciascuno); gli adulti possono trovarsi in un percorso di formazione professionale insieme a persone che non conoscono oppure insieme a colleghi con i quali lavorano di solito. In tutti i casi, se è vero che essere attivi (fare domande, partecipare alle esperienze) favorisce l’apprendimento, è pur vero che ciò significa mettersi in gioco, esporsi in qualche modo. E gli adulti (tutti noi adulti) o siamo disposti a farlo solo se percepiamo che la nostra voce può essere accolta oppure facciamo sentire continuamente la nostra voce senza preoccuparci del fatto che occupiamo tutto lo spazio. Il formatore ha il compito di promuovere lo sviluppo delle conoscenze e delle competenze degli studenti e per farlo deve necessariamente curarsi della crescita complessiva del gruppo. A questo scopo la fiaba è uno strumento straordinariamente efficace. Come dicevamo prima, le fiabe, le fiabe popolari, si raccontano da secoli, hanno attraversato, e attraversano tutt’ora, il tempo e lo spazio geografico, le riconosciamo anche quando le sentiamo raccontate in modo un po’ diverso da quello al quale siamo abituati. Ecco, questa riconoscibilità è un tratto saliente; noi percepiamo nelle fiabe una struttura che in qualche modo ci parla, e ciò attiva in noi una funzione proiettiva: nel percorso degli attanti delle fiabe riconosciamo qualcosa di noi stessi e del nostro percorso. Quando in un gruppo si lavora con la fiaba, ciascuno proietta sé (una parte di sé) in quello che scrive, nella scelta di ciò che racconta, nelle varianti che immette nella storia, che possono riguardare sia la struttura narrativa, sia l’aggiunta o la modifica di particolari, sia la coloritura del linguaggio. Quindi, ciascuno proietta sé in quello che scrive e quello che scrive suona, nella versione collettiva, insieme a quello che scrivono gli altri, componendo una musica che è di tutti. La versione collettiva funziona così da specchio del gruppo.
E questo almeno su due piani.
Da una parte, infatti, questo tipo di lavoro con la fiaba ha un duplice effetto: consente a ciascuno di avere uno spazio in cui esprimere la propria voce e mostra che anche tutti gli altri hanno il proprio spazio. Lo stile di ognuno trova, allo stesso momento, un luogo e un contenimento. C’è posto per tutti, nel rispetto di sé e degli altri. Nel corso tempo, narrando le fiabe e facendole rinarrare al gruppo, si assiste ad un processo in cui, gradualmente, chi all’inizio è restio a partecipare comincia ad essere presente in modo attivo (domande, maggiore impegno nelle esercitazioni), e chi all’inizio tende a concentrare l’attenzione del gruppo e del formatore su di sé sviluppa una maggiore capacità di ascolto. Si tratta in entrambi i casi di un’apertura nei confronti degli altri e di un’apertura al confronto con gli altri, atteggiamento questo che non solo favorisce l’apprendimento all’interno dello specifico percorso di formazione, ma che, integrando l’espressione di sé e l’ascolto, si può identificare con la competenza relazionale tout court, trasversale a qualsiasi professione, e a qualsiasi contesto nel quale ci si trovi.
Dall’altra parte il lavoro con la fiaba rende visibili al gruppo i “propri temi”: i componenti del gruppo scelgono di scrivere alcune parti della fiaba e anche se la raccontano tutta, operano comunque una selezione personale. Mettendo insieme queste parti, si scopre una storia che comprende quei punti, quei temi, che quel gruppo sente come propri. E così, come nella narrazione della fiaba ciascuno individualmente coglie quelle parti che in qualche modo lo toccano, ascoltando la versione collettiva i componenti del gruppo percepiscono ciò che nell’insieme quel gruppo ripropone come una propria storia. Un esempio di questo è il modo con il quale il gruppo di apprendisti citato all’inizio ha trattato la fiaba Il valletto del mercante. La storia narra di un valletto che, dopo aver perso al gioco per due volte il denaro che il mercante gli aveva dato per acquistare delle merci, riceve dal mercante l’incarico di andare a prendere tre capelli dell’orco, pena la morte. Durante il suo viaggio, il valletto capita in due città e incontra un uccello, e in tutti tre i casi gli viene esposto un problema e gli viene chiesto di domandare la soluzione all’orco. Grazie all’aiuto della moglie dell’orco che lo nasconde sotto il letto, il valletto riesce a procurarsi i capelli e le risposte. Nel suo viaggio di ritorno il valletto fornisce a tutti le soluzioni, ricevendone in premio grandi guadagni. Alla fine della storia il valletto porta al mercante i capelli dell’orco e gli mostra i suoi guadagni, alla vista dei quali il mercante decide di partire anche lui per quel viaggio e muore. Nel racconto che il gruppo ha fatto non c’è traccia degli episodi in cui il valletto fornisce le soluzioni e ne riceve un premio, né della morte del mercante. Se nel caso de La fontana che brilla, l'albero che canta e l'augellin belverde, nella quale la parte centrale racconta le peripezie dei 3 fanciulli fino al ritrovamento dei genitori, il gruppo ha raccontato tutta la storia, nel caso de Il valletto del mercante questi giovani hanno scelto complessivamente di narrare una parte della fiaba, quella del viaggio che il valletto compie fino a che non si ritrova sotto il letto dell’orco e di sua moglie ad ascoltare i loro discorsi . La versione collettiva lo ha mostrato al gruppo stesso: sollecitati a fare osservazioni, i ragazzi, sorpresi dalla loro stessa narrazione, hanno cominciato, un po’ timidamente, a raccontare ciò che non avevano scritto, qualcuno ha raccontato un episodio, qualcuno un altro e soltanto uno i grandi guadagni ricevuti in premio e la morte del mercante. Questi ragazzi quindi ricordavano il percorso di ritorno del valletto, ma, lasciati liberi di esprimersi, hanno fatto emergere altro, come se, almeno per il momento, non riconoscessero quella parte del viaggio come propria. E che stessimo parlando di questo è risultato evidente dalle loro stesse parole: alla fine della lezione qualcuno ha detto, come una semplice constatazione di fatto: «Il mercante poi è morto perché quello non era il suo viaggio, non era il suo destino!»

Versioni collettive
Il numero dei narratori delle versioni collettiva cambia a seconda del numero dei presenti alla lezione. Ogni versione collettiva è costruita con brani provenienti da tutti gli scritti, riportati con le esatte parole usate dai narratori.

La fontana che brilla, l'albero che canta e l'augellin belverde

Il valletto del mercante

Lu re pesce

© Claudia Chellini 2012