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Legge e demoni sul divano

 

Eros - Ma allora, dissi, che mai sarebbe Eros? un mortale?
- Niente affatto.
- E allora che cosa?
- Come prima, rispose: qualcosa di mezzo fra il mortale e l’immortale.
- E cioè, Diotima?
- Un grande demone, o Socrate; infatti ogni natura demonica sta di mezzo fra il divino e il mortale.
[1]

I primi di novembre si terrà a Firenze un convegno dal titolo Dante: Divan et Divine Comédie. L'evocativa assonanza del titolo è stata l'occasione di questa breve riflessione sul termine 'divano'.

La parola 'divano’ entra nel vocabolario italiano nel XVI secolo per indicare il consiglio dei ministri dell’impero ottomano. Più tardi, nel Settecento si diffonderà, anche nelle regioni d’Italia, il francese ‘divan’ che designa il ‘sofà’, il comodo sedile provvisto di cuscini, per due o più persone, solitamente appoggiato a una parete.

Il significato orientale del termine 'divano' come 'libro di poesie' è rimasto, invece, delimitato all’ambito specialistico letterario.

Il termine è di origine persiana, ‘dīvān’, ed è entrato nella lingua araba fra il VI e il VII secolo con la forma ‘dīwān’ e poi in quella turca con la forma ‘diwán’. Dalla parola turca deriva la parola italiana ‘divano’.

Un’etimologia popolare, «fantasiosa» la definisce François de Blois nel suo articolo Dīvān pubblicato nell’Enciclopedia Iranica[2], vuole che i persiani considerassero i loro governanti o dei veri e propri demoni o completamente pazzi, e che per questo chiamassero dīvān/dēvan i loro uffici amministrativi.
Il termine dīv/dēv in persiano designa infatti i demoni, creature spaventose e potentissime, simili agli orchi e ai giganti delle fiabe europee, ai jiin di quelle arabe. Sono presenti nella grande tradizione epica come nella tradizione popolare e possono essere assai pericolosi per gli esseri umani o loro aiutanti. Hanno corpi enormi, di colore bianco, nero o giallo; possono avere due, sette, dodici teste; una moltitudine di mani, o un occhio soltanto; oppure avere solo la testa senza il resto del corpo e muoversi rotolando. In ogni caso sono dotati di un potere enorme, fanno di solito il contrario di quello che gli viene chiesto e dormono di giorno stando svegli la notte. Amano spesso donne umane che rapiscono o seducono a tal punto che le convincono a distruggere la propria famiglia; una curiosa abitudine dei demoni sposati è quella di passare molto tempo a dormire con la testa poggiata in grembo alla sposa. Questi demoni possono essere sconfitti e, quando ciò accade, entrano al servizio del vincitore il quale, per indicare la loro condizione di servaggio, pone sul lobo dell’orecchio del demone un anello di ferro o un chiodo del ferro del suo cavallo. Nell’epica persiana l’antico e famosissimo re Jamšēd governava, come Salomone, su tutte le creature viventi, demoni compresi.
La tradizione popolare persiana ritiene inoltre che i demoni siano responsabili di molte malattie, fisiche e mentali, tanto che ‘pazzia’ si dice ‘dīvānagī/dēvānagī’, con una parola che mostra le tracce dell’associazione fra malattia e possessione demonica.[3]

il divano di Freud

L’etimologia «scientifica» ci racconta, invece, un’altra storia. La parola persiana ‘dīvān’, infatti è da riconnettersi al medio persiano (III sec. a. C. – VI sec. d. C.) ‘dpywʾn’ e ‘dywʾn’ che a sua volta è un derivato della forma dell’antico persiano (VI - IV sec. a. C. ) ‘dipi-‘, che significa ‘iscrizione, documento’. Ma si può risalire ancora più indietro fino all’accadico ‘ṭuppu’ e al sumerico ‘dub’ che indicava la tavoletta d’argilla sulla quale si scriveva. Il dīvān è quindi letteralmente il supporto sul quale si registra qualcosa e insieme ciò che si scrive.

Coerentemente con questo percorso linguistico, in arabo il termine è associato alla radice d-w-n del verbo radicale ‘dawana’ che significa ‘annotare, iscrivere, registrare, trascrivere, verbalizzare’. Fu il secondo califfo di Medina, ʿOmar bin Ḵaṭṭāb, che resse la Umma (cioè la comunità dei fedeli musulmani costituita da Maometto) fra il 634 e 644, a costituire il primo registro, chiamato con la parola persiana ‘dīvān’, per tenere memoria dei pagamenti delle tasse e degli stipendi dei suoi soldati. Secondo le fonti arabe, questa fu un’innovazione modellata sulla pratica fiscale e amministrativa in vigore nella Siria bizantina e nell’impero sasanide di Persia. Ed è da notare che il persiano rimase, almeno nelle province orientali del califfato, la lingua della burocrazia fino alla fine del VII secolo, quando fu adottato l’arabo. Da allora dīvān fu sostituito da dīwān, che divenne un organo sempre più strutturato, di pari passo con l’espandersi del dominio arabo e l’organizzazione sempre più complessa del suo governo, designando le articolazioni dell’amministrazione centrale. Durante l’impero ottomano, era conosciuto in Europa il dīwān-i humāyūn[4], il Consiglio Imperiale, presieduto dal Gran Vizir (il Primo Ministro dell’Impero), che gli europei chiamavano anche Divano della Sublime Porta, riferendosi alle magnifiche porte del Palazzo Topkapi, residenza del sultano a Istanbul.

Abbiamo detto che il termine ‘divano’ è attestato nell’italiano non prima del 1500. Esiste però un’altra forma linguistica, derivante anch’essa dal persiano dīvān, che è presente in Italia già nel XII secolo sia in due documenti latini[5], sia in Sicilia[6], con due accezioni diverse: si tratta della forma ‘doana’ o ‘duana’, dalla quale deriva il termine ‘dogana’. Mentre nei documenti latini ci si riferisce al dazio imposto alle merci in entrata e in uscita dalla città, in Sicilia esistevano degli uffici che ricordano proprio i dīwān dell’impero arabo: la regia duana a secretis, che teneva i registri dei fondi terrieri e la duana baronum, che teneva conto delle concessioni feudali.

Nel tempo, la parola araba dīwān è passata a significare il lungo sedile, composto di una struttura lignea coperta da un materasso e dei tappeti, ornato di cuscini che lo rendevano più comodo, sul quale sedevano coloro che registravano i documenti negli uffici amministrativi. Questa è l’accezione che si è diffusa nell’uso quotidiano delle lingue europee.[7]

In arabo, però, come anche in persiano, i termini ‘dīvān’ e ‘dīwān’ avevano anche un altro significato: indicavano una raccolta di poesie di un particolare autore, di solito poesie liriche (erano infatti normalmente escluse da queste raccolte i poemi lunghi, di argomento epico o mistico-didattico); era un vero e proprio canzoniere nel quale i componimenti erano ordinati alfabeticamente secondo un complesso sistema che teneva conto delle rime.[8] Alla corte degli Abbasidi (750-1258), il periodo di massimo fervore culturale arabo, i filologi infatti, molti dei quali erano persiani, raccolsero i componimenti dei poeti pre-islamici e designarono le sillogi come dīvān/dīwān, in evidente analogia con i registri e gli archivi nei quali erano conservati i documenti amministrativi. Con questo significato di ‘canzoniere’, Goethe intitolò la sua raccolta West-östlicher Divan nel 1819 e Federico García Lorca il suo Diván del Tamarit pubblicato postumo nel 1940.

Quando Freud iniziò la sua pratica psicoanalitica individuò nel divano il luogo nel quale i pazienti, distesi, potevano far fluire le loro associazioni liberamente consentendo l’emersione di tracce, che l’analista poteva seguire per esplorare nei territori dell’inconscio e portare alla coscienza qualcosa dei movimenti dell'Eros, il δαíμων μεγας, e qualcosa dell'attività del principio della legge.

L’associazione fra l’etimologia popolare persiana della parola ‘dīvān’ a quella filologicamente documentata dell’italiano ‘divano’ ci sembra, in questo senso, una storia particolarmente significativa. Arbitraria e significativa. E di grande suggestione.

Perché distesi sul divano psicoanalitico si possono riconoscere come propri i dīv/dēv, le creature mostruose che popolano i sogni e sono coinvolti nei sintomi, e si può tentare di fronteggiarli, se non addirittura di mettere al loro orecchio quell’anello di ferro che li designa come creature al servizio dell’intera persona: come i jiin arabi, i demoni persiani al servizio di qualcuno possono renderlo capace di compiere grandi imprese, diventano cioè una risorsa che si può attivare quando è necessario.

Perché tutto ciò è possibile utilizzando la parola, che esprime pensieri, fatti, emozioni, dà loro un senso e consente di raccontare e riraccontare la propria storia. Come i sumeri, iniziando a incidere le tavolette di argilla per tenere memoria del contenuto dei loro magazzini, diedero avvio alla magnifica storia della scrittura, così i persiani, utilizzando un unico termine, dīvān, per indicare i documenti ufficiali in attuazione della legge e quella speciale forma di conoscenza che è la poesia, esplicitarono il profondo legame fra due aspetti fondanti della cultura, in continuo rapporto l’uno con l’altro. E così la parola della stanza di analisi, quella pronunciata e quella ascoltata sul divano, porta a far luce sulle proprie parti interne, nel tentativo di guardale, conoscerle e riconoscerle come aspetti di un unico soggetto, in continuo rapporto le une con le altre.

Un ultimo aspetto ci piace ricordare, ed è quello dell’intreccio indistricabile di cui è portatrice la parola ‘divano’ fra cultura popolare e cultura scientifica, Oriente e Occidente, linguaggio burocratico e poesia, sistemi di governo che si emulano, significati che in contemporanea si sviluppano nella stessa forma linguistica o in forma diverse. Un intreccio che è altro dal concetto di vincitori e vinti, che mostra che non c’è “un paese più civile che, conquistato, conquista il suo feroce vincitore”[9], ma uno scambio continuo in differenti direzioni, attraverso i secoli e i paesi.

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[1] Platone, Simposio, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 72-73. Nel testo Eros è tradotto con Amore, abbiamo preferito mantenere il nome greco, del tutto comprensibile e maggiormente pregnante.
[2] François de Blois, Dīvān, in Encyclopædia Iranica, Originally Published: December 15, 1995, Last Updated: November 28, 2011, http://www.iranicaonline.org/articles/divan. L’articolo è disponibile anche nella versione cartacea, Vol. VII, Fasc. 4, pp. 432-438.
[3] Crf. Mahmoud Omidsalar, Dīv, in Encyclopædia Iranica, Originally Published: December 15, 1995, Last Updated: November 28, 2011, http://www.iranicaonline.org/articles/div. L’articolo è disponibile anche nella versione cartacea, Vol. VII, Fasc. 4, pp. 428-431.
[4] Crf. Carlo Alfonso Nallino, Diwan, in Encicplodia Italiana, Treccani, 1932, disponibile online http://www.treccani.it/enciclopedia/diwan_(Enciclopedia-Italiana).
[5] Cfr. la voce “dogana” in TLIO – Tesoro della Lingua Italiana delle Origini, elaborato e pubblicato dall’Istituto Opera del Vocabolario Italiano (OVI), http://tlio.ovi.cnr.it/TLIO/, e cfr. P. Larson, Glossario diplomatico toscano avanti il 1200, Firenze, Accademia della Crusca, 1995, p. 248.
[6] Crf. Carlo Alfonso Nallino, Diwan, in Encicplodia Italiana, Treccani, 1932, disponibile online http://www.treccani.it/enciclopedia/diwan_(Enciclopedia-Italiana).
[7] Per gli usi del vocabolo arabo 'dīwān', vedi anche il monumentale Arabic-English Lexicon di Eduard William Lane.
[8] Cfr. Antonino Pagliaro e Alessandro Bausani, La letteratura persiana, Firenze, Sansoni Accademia, 1968, pp. 179-181.
[9] Cfr. «Graecia capta ferum victorem cepit et artis/intulit agresti Latio», Quinto Orazio Flacco, Epistole, II, I, vv. 156-157, in Tutte le Opere, Torino, UTET, Collana “I Classici greci e latini TEA”, 1993, p. 510-511.

 

© Claudia Chellini 2012