Home Tracce linguistiche Beldam. Nella costellazione semantica del materno

Beldam. Nella costellazione semantica del materno

«Hush! And shush! For the Beldam might be listening!»[1], sussurrano a Coraline nello stanzino le anime dei bambini che in passato l’altra madre ha attratto e risucchiato dell’anima.

William Bouguereau_Oreste inseguito dalle Erinni
William Bouguereau, Oreste inseguito dalle Erinni, 1862

In italiano, beldam è reso con megera, propriamente una delle tre Furie che, come ci racconta il suo significato etimologico, era preposta all’invidia e alla gelosia. Nell’intreccio allucinato della storia di Coraline, nella quale si affiancano, si sovrappongono, si mescolano, si distanziano significati propri del materno e del rapporto della donna con il materno, il termine beldam emerge come aggregatore di significati, portando in sé e nella sua storia l’ambiguità delle rappresentazioni del femminile sia a livello individuale che sociale.

La parola beldam, dunque, che suona antiquata ad un inglese contemporaneo, come suona antiquato a Coraline il linguaggio delle anime dei bambini del passato, significa ‘an old woman; a malicious or loathsome old woman’, in altre parole una strega. Anticamente (metà del XV secolo) era usata per nonna, essendo dam/dame parola arcaica per mother e bel prefisso che nell'antico inglese indica relazione di parentela (esiste un antico belfader per grandfather). La parola complessivamente viene dal francese con un curioso percorso: se non mostra particolarità il fatto che dam/dame, da quello di signora (è dal latino domina come l’italiano donna) assuma il significato di madre, più interessante è che il prefisso bel, che in francese esprime la parentela acquisita, passi a indicare nell’inglese la parentela diretta. Pensando infatti alle parole francesi, ci si aspetterebbe per beldam il significato di suocera (cioè madre acquisita, su modello di belle-mère) e non di nonna.

Non solo, passano i secoli e oggi la stessa parola significa stregamegera.

Madre del marito, madre della madre, vecchia, strega... tutti significati comunque compresenti e che emergono, ora l’uno ora l’altro, come nelle fiabe si incontrano ora streghe, ora fate, ora personaggi ambigui potentissimi, come la Baba Jaga che minaccia di mangiare la bella Vassilissa e poi la aiuta a liberarsi della matrigna e delle sorellastre. In genere inoltre nelle fiabe dialettali italiane le vecchiette, a prescindere dal fatto che siano buone o cattive, vengono chiamate nonna o nonnina, modo tipicamente popolare di apostrofare le donne anziane. Rimanendo in ambito di linguaggio popolare, ricordiamo come, nel luogo comune, la suocera assuma i tratti persecutori della strega (basti pensare alla quantità di motti di spirito, barzellette, proverbi sull’argomento).

Sostiamo sul tema dei rapporti al femminile, avendo presente che il modo con cui sono rappresentati nel linguaggio vale per le femmine come per i maschi, che gli stessi termini e addensatori di significato sono parte del linguaggio delle donne come di quello degli uomini. Per una donna, la suocera è la madre del marito, sovrana della nuova famiglia nella quale entra con il matrimonio. Pensando che i termini intorno ai quali stiamo spigolando risalgono al XV secolo, dobbiamo pensare al fatto che con il matrimonio la donna non solo prendeva il cognome del marito, ma entrava a tutti gli effetti ad essere una componente della gerarchia della nuova famiglia, ricoprendo il ruolo dell’ultima arrivata, che doveva guadagnarsi la stima della regina della casa, figura indubitabilmente vissuta come potente al pari della madre (in fondo, non cambierebbe molto se i termini in questione fossero degli anni ’50 del Novecento).

La nonna, poi, è la madre della madre, una specie di madre al quadrato! E che dire infine se questo tipo di figura femminile assume i tratti persecutori della strega?

Seguendo la traccia del vissuto della potenza materna, possiamo così provare a orientarci nella costellazione semantica di cui è portatore il termine beldam.

Altre due osservazioni.

Il termine belle-dame in francese indica la pianta di belladonna, famosa per l’effetto mortale delle sue bacche e per il suo uso in filtri magici. Si racconta inoltre che nel Cinquecento le donne la usassero per dare risalto e lucentezza agli occhi grazie alle sue capacità dilatative della pupilla e si racconta inoltre che dalla belladonna venisse estratto un unguento chiamato il sussurro delle streghe.

Oggi in francese suocera suona bella madre (belle-mère) dove belle è termine di cortesia, come recita il dizionario etimologico: perché è necessario un termine di cortesia? Tra l'altro il significato iniziale di belle-mère, risalente al 1400, è 'donna che il padre ha sposato in seconde nozze', cioè matrigna, con tutto il portato semantico che vediamo rappresentato nelle fiabe, nei romanzi, nei racconti, nei film; un secolo più tardi passa a identificare la madre del coniuge. Sembra proprio evidente che chiamare bella la sposa in seconde nozze del padre sia un'eufemizzazione: invece di dire "madre brutta", cioè cattiva, perché ha preso il posto della propria, si dice "madre bella", intendendo però l’esatto contrario, tanto che le matrigne diventano il ricettacolo delle spinte aggressive nei confronti del materno, posizionandosi su di loro quei tratti persecutori che ne fanno delle vere e proprie streghe, al pari della matrigna per Biancaneve.

Passando poi a identificare la madre del coniuge, belle-mère si porta dietro la sua polisemia. Come dire che l’aggressività nei confronti della propria madre, che a livello sociale nel linguaggio viene rimossa, torna come aggressività nei confronti di chi viene rappresentata come usurpatrice della madre stessa, unendo nello stesso bacino semantico la sposa del padre e la madre del coniuge, che quindi vengono ad assumere un simile ruolo. Capiamo allora che la matrigna nella fiaba di Cenerentola e Venere nella fabella di Amore e Psiche, rappresentano entrambe una figura genitoriale femminile sulla quale il soggetto proietta la propria invidia aggressiva rappresentandosi la matrigna e la suocera come una vera e propria Megera.



[1] Neil Gainman, Coraline, New York, Harper Collins, 2003, p. 81.

 

© Claudia Chellini 2012